18 Ott 2019

LA MEDIAZIONE FAMILIARE COATTA: UN VINCOLO CHE DIVIENE OPPORTUNITA’

Una delle caratteristiche salienti della mediazione familiare è la sua indipendenza dal sistema giudiziario che, nell’esercizio dell’obbligatorietà, si pone in antitesi rispetto alla promozione dei tratti di spontaneità e responsabilità con cui la coppia accede al servizio e si impegna attivamente a costruire un clima di fiducia, oltre ad un contesto collaborativo nell’interesse di tutti i membri della famiglia.

Accade tuttavia che gli attori di un conflitto siano bloccati nell’elaborazione psicologica della rottura coniugale e trasferiscano all’ambito giudiziale la richiesta di soluzioni legate alla separazione e all’affidamento dei figli, delegando ad altri quanto non trova possibilità di superamento con l’ausilio dei propri mezzi. Il coinvolgimento emotivo dei confliggenti impedisce in questi casi la creazione di uno spazio mentale per la presa in carico dei propri figli e l’intervento di un giudice chiama in causa la competenza di un esperto mediatore.

È bene considerare che il ricorso alla coercizione da parte di un giudice può generare una serie di aspettative in chiave valutante che possono vanificare le risorse dell’intervento e creare confusione tra il ruolo di sostegno della mediazione nel dirimere questioni conflittuali e quello giudicante dell’ingerenza giuridica. Ma è altresì importante riflettere intorno alla possibilità di rispondere ad una prescrizione del giudice introducendo tecniche di mediazione come ricerca di soluzioni-ponte che mettano in comunicazione il mondo della giustizia e quello della relazione d’aiuto per osservare, sostenere, dirimere gli scambi conflittuali mediante un setting idoneo a trattare il problema emergente con la famiglia e non in sostituzione ad essa.

Parliamo dunque di una questione legata all’interazione delle funzioni di aiuto e di controllo laddove i servizi di mediazione familiare si organizzano secondo una modalità di intervento che, affiancata ai tribunali, si pone a servizio del giudice. In questo senso legittimare l’intervento coatto vuol dire promuovere il dialogo tra la mediazione e l’istanza prescrittiva partendo dal presupposto che i due contesti, quello di aiuto-sostegno e quello intrusivo-burocratico, non si escludono a priori ma possono trovare un punto di incontro e integrazione.

L’accesso coatto può evolvere verso un consenso crescente laddove favorisce un rapporto cooperativistico tra gli attori del conflitto e sollecita in loro fiducia e motivazione a ricercare soluzioni plausibili che preservino i legami tra le generazioni e la continuità della funzione genitoriale condivisa.

La mediazione, inizialmente percepita come intervento forzato e siglato da un’etichetta di proposta-ricatto, può diventare uno spazio in cui ripristinare ruoli genitoriali attivi nella ricerca del benessere dei propri figli.

L’elemento centrale di questa riflessione riguarda la negoziazione di un accordo equo e accettabile che affronti le questioni di carattere emotivo, e sposti l’attenzione dagli interessi di parte alla tutela delle relazioni, realizzando il passaggio alla genitorialità oltre la rottura di coppia.

Non si parla dunque di commistione tra le due istanze ma di interazione sino al graduale scemare della funzione di controllo in favore di quella di sostegno.

Il giudice adotta il linguaggio della sentenza e sulla base della legge decide che sbocchi ha il conflitto. La ricerca di una soluzione mediata per superare un conflitto fa riferimento ad un tempo che non può essere confuso con quello delle istituzioni. Il tempo della mediazione richiede pazienza, coraggio e prudenza nel rispetto delle singole identità confliggenti.

Abbracciare questa prospettiva permette di acquisire uno sguardo che riconosce in modo esplicito le condizioni di necessità e obbligatorietà e, al contempo, vi coglie un’intrinseca opportunità: quella per cui le semantiche legate alle forme di controllo ed invarianza del mondo giuridico diventano, nel lavoro di mediazione, cambiamento e autonomia che consolidano le risorse auto-riorganizzative delle famiglie in crisi.

Claudia Lepri

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